• S.

non si giudica un libro dalla copertina


Parigi, 7 gennaio 2015. Philippe partecipa a una riunione di redazione nella sede di Charlie Hebdo, il giornale satirico di cui è uno dei collaboratori. Mentre si parla dell’ultimo libro di Houellebecq, due uomini armati vestiti di nero fanno irruzione nella sala e cominciano a sparare all’impazzata. Il bilancio è di dodici morti e undici feriti. Philippe Lancon è uno dei sopravvissuti all’attentato di matrice islamica. Una pallottola lo ferisce alla mano, un’altra gli porta via la parte bassa del viso: mandibola destra, parte del labbro inferiore, denti.

Lancon è un ottimo giornalista e il suo è un memoir in cui non ci risparmia, rischiando anche di essere ripetitivo, i dettagli psico fisici da chi è sopravvissuto ad una esperienza del genere.

Per lui esistono un prima e un dopo e il passaggio tra questi momenti, lungo e doloroso, è raccontato in maniera esemplare proprio per come è stato: un incubo. Preciso e particolareggiato, tanto da rendere l'immedesimazione automatica e la lettura un viaggio inaspettato nella difficile ricostruzione fisica e psicologica.

Una testimonianza rara e affascinante che fa scorrere le 460 pagine (non poche) con incredibile velocità.

Lo svolgimento, a parte alcuni momenti nel finale, è alleggerito dal fatto che lo scrittore francese non ci parla solo dell'evento scatenante ma anche della sua vita tutta.

Ci mostra il presente e il passato, le persone che lo hanno accompagnato, che gli sono state accanto, come il fratello Arnaud, che non lo ha lasciato un attimo, come se " il nostro legame fosse stato risaldato dalla prospettiva della morte", i suoi anziani teneri genitori, gli amici, la sua chirurga Chloé, l'ex moglie Marilyn, la sua attuale compagna Gabriela, poi la scorta, gli infermieri e gli anestesisti ("che vivono nel mondo di sotto").

Ma anche Proust, Bach, Kafka e Beethoven, sono stati compagni di lotta. Non lo hanno mai abbandonato e lo hanno aiutato nei momenti di interminabile agonia.

Due ospedali, quindici operazioni chirurgiche, nove mesi di ospedale e dosi massicce di morfina sono la somma sbrigativa di un calvario che ha saputo raccontare con una umanità commovente.

E' un libro crudo e diretto, che non giudica, non condanna e non assolve, ma che racconta in maniera chirurgica (è proprio il caso di dirlo) la vita che, nonostante tutto, vuole continuare.


"Scrivere è la maniera migliore di uscire da sé stessi, anche se non si parla d'altro"


4.5/5

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