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Non si giudica un libro dalla copertina

  • Immagine del redattore: C.
    C.
  • 12 feb
  • Tempo di lettura: 3 min
copertina libro Chiara di Antonella Lattanzi

"Come possiamo essere sicuri di essere stati amati?"


Con ancora gli occhi lucidi — e sono già passati alcuni giorni dalla fine della lettura condivisa — proviamo a mettere nero su bianco ciò che questo libro ci ha lasciato, l’immensa esperienza emotiva che è stata.

Era da tempo che un romanzo non riusciva a coinvolgerci così profondamente. Era da tempo, soprattutto, che non sentivamo un’urgenza così forte di scrivere di un libro. Davvero.

Antonella Lattanzi ha scritto quello che, a nostro avviso, è oggi il suo capolavoro.

Una piccola meraviglia di poco più di 160 pagine: poche, sì, ma tutte indispensabili, necessarie, essenziali. Un testo che non concede nulla al superfluo e che riesce, proprio attraverso questa misura perfetta, a colpire con una precisione quasi chirurgica.

Ma di cosa parla Chiara?

Parla di amicizia. Di quell’amicizia assoluta, totalizzante, che nasce nell’infanzia e che sembra appartenere a una dimensione quasi esclusiva, quella che può esistere solo tra ragazze. Quella che alla fine, forse è Amore. Marianna e Chiara, sono legate da questa amicizia fin da bambine. Due anime che si riconoscono immediatamente, che si scelgono senza esitazioni, che si promettono lealtà e protezione reciproca.

È un legame costruito anche attorno a un segreto doloroso: la violenza che attraversa, in forme diverse, le loro famiglie e che lascia segni profondi nelle loro vite. Un trauma che non le separa, ma che diventa, paradossalmente, una delle radici della loro unione.

L’amicizia tra Marianna e Chiara cresce nel tempo attraverso lettere mai lette, promesse sospese, esperienze condivise. È la consapevolezza di avere sempre qualcuno che comprende fino in fondo ciò che si sta provando, qualcuno che può diventare rifugio, salvezza.


"Grazie, Chiara, che se sapessi quanto ti amo ti farebbe paura. E invece non sai niente."


Lattanzi racconta tutto questo con una scrittura limpida, tagliente e incredibilmente empatica. La sua prosa riesce a essere insieme delicata e brutale, capace di restituire la fragilità dell’adolescenza e, allo stesso tempo, la forza quasi feroce dei legami che nascono in quell’età.

Chiara è anche un romanzo sulla crescita, sulla costruzione dell’identità e su ciò che resta di noi nelle persone che abbiamo amato di più. È un libro che interroga il lettore sul significato della presenza e dell’assenza, su quanto alcune relazioni continuino a definirci anche quando cambiano forma o si allontanano nel tempo.


"Nessuno ti può aggiustare e invece io pensavo di sí. Pensavo che le persone potessero aggiustarti. Pensavo che, una volta adulta, le persone sarebbero rimaste, che le persone mi avrebbero amata per sempre, e invece prendi e dai, rubi e restituisci, ti affidi e ti fai carico, ma niente è per sempre – e sembra che sia cosí solo per te, gli altri vivono nell’infinito – e se non fosse un maleficio, sarebbe una benedizione."



Su quanto sia difficile porsi di fronte alla violenza, sia che questa sia subita o meno, di quel "mostro" che sai riconoscere nell'altro ma che ti spaventa poter avere ereditato.

È una storia che parla di perdita, ma senza mai rinunciare alla tenerezza. Una storia che fa male, sì, ma in quel modo raro e necessario che solo certi libri sanno provocare: il dolore che illumina, che costringe a guardarsi dentro, che lascia una traccia lunga.

E forse è proprio questo il segno dei romanzi destinati a restare: quando si chiude l’ultima pagina, la storia non finisce davvero. Continua a lavorare dentro chi legge, sedimenta lentamente, ritorna nei pensieri dei giorni successivi, proprio come è successo a noi.




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