• S.

non si giudica un libro dalla copertina


Ci vuole coraggio per affrontare un tomo di più di mille pagine. L'ho sempre pensato.

Nella mia vita da lettrice sono sempre stati pochissimi i libri di queste dimensioni, perché ho sempre pensato che fosse quasi impossibile riuscire a scrivere un bel libro di questo formato e in più ho una capacità di concentrazione troppo debole.

Ovviamente sono in errore perché esistono eccome bei tomoni, è solo che io non li ho ancora incontrati sulla mia strada.

Quando ho comprato questo romanzo ho proprio pensato che questo mi avrebbe fatto cambiare idea. Troppe persone me ne avevano consigliato la lettura. E poi i premi vinti, le candidature ad altri importanti, le critiche esaltanti, insomma tutto lasciava presagire al successo.

Anche la trama aveva avuto una parte importante nella mia scelta. Mi ha sempre molto intrigato.

E invece, lo stupore massimo nel constatare che avevo ragione. Quanta fatica per portare a casa la pagnotta. Quanta fatica arrivare all'ultima pagina e finire lo strazio infinito di questa interminabile e a tratti insopportabile lettura.

Ma qui il problema non è solo la lunghezza, che in ogni caso poteva essere tranquillamente della metà, date le ripetizioni nauseanti di alcune situazioni. No, il problema è stato l'inutile, imperdonabile e irrealistica sequela di disgrazie che capitano al protagonista.

Andiamo con ordine: in una New York sempre sontuosa vivono quattro ragazzi, ex compagni di college, che da sempre sono stati vicini l’uno all’altro. Si sono trasferiti nella metropoli da una cittadina del New England: Willem, dall’animo gentile, vuole fare l’attore. JB, scaltro e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell’arte. Malcolm è un architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica riservatezza, è il loro centro di gravità, ed è di lui che da un certo punto in poi il romanzo si focalizza. Jude, con un passato tormentato e sconosciuto, fatto di abbandoni, violenza e abusi.

Come vi dicevo, la trama è molto intrigante e anche l'inizio del romanzo, fino circa a metà, è avvincente, interessante e la scrittrice americana, molto abile e talentuosa, riesce ad agganciarti con grande capacità.

Poi inizia un percorso infelice di calamità esasperanti condito con un campionario di stereotipi sfinenti e scene prevedibili (non ultimo un finale scontatissimo).

Ho già letto parecchi romanzi in cui veniva proposto il dolore, quello vero, quello insopportabile, e quindi sono abbastanza predisposta a sopportare un carico di questo tipo. Ma quando è troppo è troppo. Tutto diventa macchiettistico. Una sfiga dietro l'altra diventa fin ridicola e crea una sospensione della realtà insopportabile. Quando pensi di aver letto il peggio che possa accadere a una persona, ecco che arriva una mazzata ancora peggiore e ti ritrovi, disarmata, a pensare: no, non è possibile. E quasi un sorriso di scherno ha fatto capolino più volte sulla mia faccia, indispettita e delusa.

I personaggi poi sono a tratti ridicoli. I buoni sono troppo buoni e i cattivi troppo cattivi.

All'inizio ho provato empatia con il protagonista, poi tutto prende una deriva tale che lo vorresti solo sopprimere e porre fine alle sue disgrazie, e alle tue pene.

E' un romanzo molto divisivo ma io sto dalla parte di chi lo trova troppo forzato.

Complimenti comunque all'autrice che con grande maestria è riuscita, con stratagemmi narrativi intelligenti, a tenere il lettore ancorato alle pagine perché per quanto sia stato gravoso arrivare in fondo, mai ho pensato di abbandonarlo.

2.5/5






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