• S.

non si giudica un libro dalla copertina


"Mi chiesi in quale punto dello spazio quel blu fasullo del cielo diventasse nero." Sono un po' in soggezione nel recensire "La campana di vetro" di Sylvia Plath e lo sono per due motivi. Il primo è perché, mentre lo leggevo, ho scoperto essere il "libro del cuore" (tutti ne abbiamo uno, io forse anche 10) di una nostra amica-lettrice che, di fronte al mio timore, ha risposto con una sorta di minaccia: "ti aspetto al varco!"

Spero di fare bene, quindi, perché mi sento i suoi occhioni puntati addosso.

Il secondo è perché siamo di fronte alla Plath, scrittrice che ho avuto il timore di affrontare da sempre, e ora capisco perché.

Una vita, quella della Plath, a cui non puoi non pensare leggendo le sue opere, una vita di tormenti, crisi, il matrimonio difficile con Hughes, i ripetuti ricoveri e il suicidio; una scrittrice che è un mistero che si cerca, inutilmente, di svelare, che con la sua scrittura ti entra sotto pelle e lì rimane. Mentre lo leggevo mi domandavo: Chi era Sylvia? Chi lo sa...Sicuramente un'anima fragile ma dalla penna potente.

Poco ha lasciato di scritto, tante poesie e un solo romanzo, questo (pubblicato inizialmente con uno pseudonimo, un mese prima della sua morte), un romanzo a chiave, nel quale la scrittrice rivive nella protagonista, Esther Greenwood, giovane apprendista presso una rivista femminile.

Il testo si sviluppa in tre fasi caratterizzate da un cambio di scenario: New York dove Esther desidera solo lasciarsi travolgere dalla vita della città, rimanendone delusa e deludendo lei stessa le aspettative di tutti e dove inizia a subentrare la depressione che la porterà a Boston dalla madre e infine in un istituto di salute mentale dove la ragazza cercherà di recuperare la stabilità.

Dal libro emergono la fragilità e la complessità della mente dell'autrice che si mostra, attraverso una protagonista così simile a lei, delineando il ritratto che ormai tutti conosciamo: una poetessa, una femminista, una donna prigioniera delle proprie paure, che soccombe davanti ai propri demoni cercando nel suicidio l'unica soluzione ma che trova la forza di rinascere, alla ricerca di una propria identità e comprensione del mondo.


"Decisi di spingermi al largo finché sarei stata troppo stanca per tornare a riva. Mentre nuotavo, il battito del cuore mi rimbombava nelle orecchie ossessivo come uno stupido motore. Io sono io sono io sono." Descrivere la propria "pazzia" come una campana di vetro, immagine che di solito si usa per descrivere qualcosa che protegge, non che distrugge, l'ho trovato unico e straziante.


"Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica."

La sua campana-pazzia la priva di aria, distorce la sua visione del mondo e le impedisce di connettersi con le persone attorno a lei e anche quando questa viene sollevata, Esther/Sylvia la sente ancora come appesa su di sé, pronta a caderle nuovamente addosso. Anche quando è libera non lo è mai veramente.


Una protagonista donna che non accetta la condizione della donna, che comprende che le opportunità che gli si mostrano sono tutte riduttive, inaccettabili.

Che non vuole scegliere ma sa di essere obbligata a farlo. Cerca di sfidare le convenzioni del periodo che vogliono la donna moglie e madre.

Esther coglie la misoginia nascosta in ogni uomo: tutte le figure maschili nel libro sono arroganti, ipocriti o deboli e sfruttano la donna ai propri fini; Esther ne è attratta e schifata, costantemente alla ricerca di un amore romantico e puro.


"Incominciavo a capire come mai gli uomini che odiano le donne riescono a farne quello che vogliono. Sono come dei: invulnerabili e potenti.

Discendono su di te, poi scompaiono. Non li puoi catturare."


Spero di avere reso il giusto omaggio a un testo importante, non immediato, che avrebbe bisogno di più letture e che forse non comprenderò mai a pieno, ma soprattutto a una scrittrice che resta un mistero, com'è giusto che sia.


4,5/5