• Thebloodyisland

non si giudica un libro dalla copertina

Aggiornato il: nov 13


"Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile."


Ecco, questa in pochissime parole è la sintesi della vicenda raccontata in "La città dei vivi" di Nicola Lagioia, da poche settimane uscito per Einaudi.

Noi non amiamo la cronaca nera, non ci soffermiamo mai a leggere o a guardare morbosamente gli articoli relativi a fatti efferati o a crimini brutali e spietati. In questo caso però non si tratta solamente del racconto, in alcuni momenti anche agghiacciante, di quello che successe quella notte, ma di un viaggio attraverso le menti di chi ha commesso quell'atrocità, e un viaggio attraverso una delle città più controverse del mondo, Roma, dove puoi trovare una bellezza infinita e struggente che convive con la decadenza più totale. Lagioia in quest'opera ci racconta anche tanto di lui spiegandoci i motivi per i quali ha scelto di raccontare questa storia e soprattutto i motivi che l'hanno portato a lasciare Roma e quelli per cui non la si vorrebbe mai lasciare.

Così come questo libro: non lo si vorrebbe mai lasciare. La cui bellezza ci ha lasciate senza parole. Un amico ci ha detto " lo sto centellinando...certe frasi me le rigiro sul palato", ed è proprio così, non lo vorresti mai finire e ne subisci continuamente la fascinazione, lo stupore, per certe pagine solcate da tanta grazia, nonostante l'argomento ti squarci il petto in due.

Una storia, questa, che supera la fantasia, per la quale non ci sono risposte esaustive e in cui l'orrore prevale su qualsiasi altro sentimento. Eppure l'autore ti prende per mano e non ti molla mai, dall'inizio alla fine, con una prosa perfetta, con un tocco comunque delicato che ti fa innamorare delle sue parole, pagina dopo pagina.

Non c'è giudizio, non cerca giustificazioni né tantomeno una risposta alla domanda "Perché lo hanno fatto?" ma solo una grande empatia e consapevolezza nell'accettare che il male può impossessarsi di chiunque. Che nessuno vorrebbe essere la vittima ma che ognuno di noi potrebbe rischiare di essere il carnefice.


"Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell'incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. E' più difficile avere paura del contrario. [...] Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?"


Lascia un segno indelebile nel cuore e come al solito, dopo aver letto una cosa così bella con così tanto trasporto, sarà difficile affrontare un nuovo romanzo. Si consiglia infatti di far decantare, di attendere qualche giorno per somatizzare (come in un lutto) la fine di una lettura fenomenale.

Per chi avesse letto e amato "L'avversario" di Emmanuel Carrère, come è stato per noi, troverà molto analogie, non solamente per il fatto che si tratta sempre del racconto di cruenti fatti di cronaca ma per come i fatti vengono esposti e approfonditi. Per come vengono indagati i motivi di quei gesti, così impossibili da credere. Quello che abbiamo scritto per il nostro amato scrittore francese lo potremmo copiare e incollare per il favoloso lavoro di Lagioia.


“La società offre centinaia di modelli vuoti, se vuoi sottrarti alla fatica bestiale di capire chi sei"


5/5