• S.

non si giudica un libro dalla copertina


Eccomi giunta alla conclusione del terzo volume della tetralogia delle stagioni di Ali Smith, "Primavera".

Potrei fare senza dubbio un copia e incolla degli altri due perché sinceramente quello che ho da dire è esattamente sempre questo: la Smith si deve amare e basta.

Forse un tantino meno criptico degli altri due, in questo romanzo troviamo sempre le tematiche a lei care e una scrittura, non sempre scorrevole, non sempre di facile comprensione, con cambi di argomento e sbalzi temporali repentini, ma assolutamente originale.

Questo romanzo è lo specchio di una realtà complicata, quella inglese soprattutto, ma non solo, che la Smith cerca di portare in superficie, utilizzando una trama sempre ben congegnata. Storia di accoglienza, di confronto fra diversità e di speranza.

Due sono le storie che alla fine si intrecciano: Richard, regista televisivo a cui è appena morta la migliore amica, sceneggiatrice di molti dei suoi migliori film, si trova in grossa difficoltà esistenziale e si ritrova in una stazione di un paesino scozzese, senza una meta precisa, indeciso tra il dover accettare la regia di un film dozzinale che la sua amica le avrebbe senz'altro chiesto di rifiutare.

Brittany, agente di sicurezza in un centro di detenzione dove vengono stipati gli immigrati senza documenti e in attesa di rimpatrio; un lavoro che la sta disumanizzando.

Nella vita di entrambi piomba però Florence, una dodicenne dalle origini misteriose e dall’irresistibile carisma, e l’incontro avrà effetti miracolosi per entrambi.

Una situazione già presente nel suo precedente "Voci fuori da coro" e che ritroviamo piacevolmente in questo romanzo. In quel caso si trattava di una donna adulta ma il ruolo è sempre quello, quello di una persona che non si sa bene da dove arrivi e che entra nelle vite di persone diverse, ne scardina certezze, e ne fa ritrovare la propria umanità attraverso il cambiamento.

Libro al solito culturalmente ricchissimo in cui ritroviamo anche tanti riferimenti letterari che ahimè mi fanno sentire molto ignorante: si tratta di Charles Dickens, Shakespeare, Erik Maria Rilke e Katherine Mansfield.

Credo che per capire appieno i romanzi della Smith bisognerebbe leggerli più di una volta ma siccome è una cosa che tendenzialmente non faccio, ho deciso che li prenderò così, come vengono, e magari fra qualche tempo sovvertirò la tendenza.

E quindi, in attesa dell'"Estate", vi ripeto quanto già scritto per "Inverno": anche questo è un libro difficilmente consigliabile ma che vorrei leggessero tutti.


4/5