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La Grande Bellezza


Amo il cinema e amo molto anche il teatro.

Di conseguenza amo anche le trasposizioni cinematografiche di opere teatrali o, in generale, i film dall’impianto, appunto teatrale, come “Carnage” o “Il nome del figlio”, per dirne un paio.

Non sono molte le proposte di questo genere e quando ho scorto su Netflix “The boys in the band” mi sono subito ritagliata due ore di tempo per vederlo.

Devo ammettere che il primo motivo che mi ha spinto a vederlo è la presenza di Jim Parson, attore conosciuto a tutti come “Sheldon” della mitica serie The Big Bang Theory. Ero davvero curiosa di vedere se era riuscito a scrollarsi di dosso quell’ingombrante personaggio che ha interpretato per 12 anni. Beh, ci è riuscito.

Anche il film è abbastanza riuscito, abbastanza.


La pellicola, trasposizione della pièce teatrale omonima del 1968, ha lo stesso cast, identico allestimento e stesso regista (Loe Mantello) della versione messa in scena nel 2018 per i cinquant'anni dell'opera.

Ma di cosa parla?

E' il 1968 e siamo in un appartamento di New York dove sette amici, tutti omosessuali, si riuniscono per celebrare il compleanno di uno di loro, Harold. Alla festa si presenta anche un vecchio amico etero di Michael (il padrone di casa), ignaro dell’omosessualità dell’amico. Questo porta non poco scompiglio e più passa il tempo più i sette uomini si ubriacano e si scambiano battute sempre più feroci, al limite del crudele. Alla fine gli uomini si sfidano in un gioco in cui ognuno deve telefonare all’unica persona che ha veramente amato e confessarle che la ama. Questo gioco mette a nudo il passato tormentato e i segreti di ognuno di loro.

Il film è "solo abbastanza" riuscito nel senso che si stacca troppo poco dall'opera originale, avrebbero potuto piazzare le telecamere sul palco di Broadway dove è andata in scena per un anno e il risultato non sarebbe stato molto diverso.

Manca quindi uno sguardo cinematografico e anche la recitazione, seppure a un livello altissimo, resta un po' troppo sopra le righe e i tempi, decisamente teatrali.

Aldilà di questo il film è piacevole e gli argomenti sempre attuali anche se trattati in maniera un po' datata, ma del resto siamo nel 1968 e anche in una megametropoli come Manhattan, essere omosessuali dichiarati non era semplice. Dovevano ancora avere inizio i movimenti per i diritti LGBTQ+ e la rivolta di Stonewall sarebbe avvenuta solo un anno dopo.


La situazione claustrofobica è molto ben rappresentata, la tensione si percepisce da subito, anche tra gli amici stessi, e la presenza di quel "corpo estraneo", l'amico etero, funziona da detonatore facendo esplodere una serie di tensioni già esistenti e innescando un gioco al massacro che vedrà tutti, in un modo o nell'altro, soffrire delle verità che emergono.

Chi ne uscirà avvilito, chi migliorato, tutti impareranno ad ogni modo un'importante lezione personale.