• C.

non si giudica un libro dalla copertina


Panopticon: carcere ideale progettato da un filosofo nel 1791. Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Il nome si riferisce anche a Argo Panoptes della mitologia Greca: un gigante con un centinaio di occhi considerato perciò un ottimo guardiano.

Questa è la definizione di "Panopticon" che è anche il titolo del libro di cui sto per parlarvi.

È infatti in una struttura che ha quelle caratteristiche e porta lo stesso nome che Anais, quindicenne ribelle sulla quale pendono diverse accuse (dallo spaccio di droga fino alla presunta aggressione a una poliziotta, ora in stato di coma) che viene portata e nella quale passa i mesi che vengono raccontati dalla schietta e moderna penna di Jenni Fagan.

Anais non ha genitori e nulla sa della sua nascita, ed è proprio questo vuoto che la porta a fantasticare sulla sua nascita e a ipotizzare, in un gioco mentale in cui si rifugia spesso, di essere nata a Parigi e a sognare di poterci, un giorno, andare.

La storia che conosce, quella vera, è invece costellata di droga, di amicizie e amori sbagliati, di tappe bruciate.

L’unico punto di riferimento che ha mai avuto è Teresa, madre adottiva che tirava a campare prostituendosi e, morta da poco, le ha lasciato solo un grande vuoto che non è capace di colmare.

Si è convinta di essere frutto di un esperimento, di non essere nata da una madre ma sbattuta in questo mondo come mero esperimento e costantemente controllata da una sorta di grande fratello a cui non sfugge ogni suo movimento.

"Se fossi stata nel braccio della morte avrei espresso tre ultimi desideri.

Primo: volare.

Secondo: concludere qualcosa.

Terzo: guardare la mia vera mamma - o il mio papà, o il nonno - negli occhi, per essere sicura una volta per tutte che non è stato l'esperimento a crearmi.

Pensa come sarebbe sapere che sei nata da gente con un cuore, un'anima?"

Anais viene accolta al Panopticon da ragazze e ragazzi con problemi simili ai suoi, adolescenti che non hanno nulla da perdere perché nulla hanno, e da un assistente sociale che le farà, finalmente, credere di nuovo negli adulti.

La trama del romanzo indaga la psicologia di questi ragazzi "interrotti" e di una moderna "Cristiana F", ne mostra il disagio, l'apatia, la rabbia, la fragilità, la disillusione.

Con un'approccio diretto e spietato, la Fagan trasforma il lettore proprio in quel "opticon", l'osservatore nascosto che sbircia nelle camere spoglie di quei ragazzi, che sorveglia quel tetto in cui si rifugiano a sballarsi e spia ogni loro movimento.

Anais scoprirà di chi fidarsi e di chi no e di non avere solo rabbia ma anche amore dentro di sé e soprattutto un briciolo di speranza, in sé stessa e negli altri, quel poco di speranza che le basterà per cercare di cambiare in meglio la sua vita e, in mancanza di un passato, dedicarsi al futuro.

4/5