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La Grande Bellezza


Mi trovo a scrivere la recensione di "Parasite" di Bong Joon Ho il giorno dopo la premiazione degli Oscar che lo ha visto, ormai lo sapete tutti, vincitore assoluto. Inaspettatamente si è portato a casa la statuetta per miglior film (prima volta nella storia per un film non in lingua inglese) , miglior regia, miglior film straniero e miglior sceneggiatura originale (ma questi ultimi due non sono stati certo una sorpresa).

Questo non vuole però essere un post sugli Oscar e non voglio parlare di questo film paragonandolo agli altri candidati (questo è il primo anno in cui sono riuscita a vedere tutte le pellicole candidate prima della premiazione) perché non sarebbe giusto e perché, anche se spesso non condivido tutte le scelte dell'Academy, come anche stavolta, il film è bellissimo, premi o non premi.

Non sono vergine al cinema coreano che amo molto (nella mia top ten dei film di tutti i tempi c'è sicuramente Oldboy , secondo della bellissima trilogia della vendetta di Park Chan-wook) e anche stavolta ho avuto la conferma che la Corea sa sfornare grandissimi talenti che hanno molto da dire, lo sanno dire molto bene, con grande profondità ed estetica inarrivabile.

Con grande talento Bong Joon Ho ha saputo rappresentare due mondi apparentemente opposti ma speculari.

Due luoghi, due famiglie.

La prima vive in un sobborgo umido, marcescente, una ragnatela di cavi elettrici fra le case e di ubriachi che orinano in ogni angolo e la seconda in una casa disegnata da un grande architetto caratterizzata da linee dritte, levigate, perfette e in cui si respira pace, benessere, silenzio. Una casa che ha un'immensa finestra che sembra uno schermo cinematografico da cui si vede un parco bellissimo. La prima famiglia è composta da padre, madre e due figli poco più che adolescenti. Sono tutti disoccupati e tirano a campare con lavoretti sottopagati ma li contraddistingue un grande spirito di iniziativa e un talento naturale nell'arte di arrangiarsi.

La seconda è composta da padre imprenditore di successo, moglie bellissima e fragile e due figli irrequieti.

La prima famiglia, grazie a un lavoretto capitato al primogenito, riuscirà a mettere piede nella casa della seconda famiglia e come scarafaggi, a invaderla.

Il film parte come una dark comedy, a tratti molto divertente, per poi trasformarsi in un macabro psyco-thriller condito di horror e splatter, si assiste a più cambi di registro, rischiosi ma efficaci, e si salta sulla sedia più di una volta.

Ma di cosa parla il film?

A differenza del cinema occidentale, siamo di fronte a una complicata morale, sottile e per niente banale; io non ho ancora finito di "capire" e chissà se lo capirò a pieno.  

Parla di ricchezza e povertà, effettiva e morale, misura e mostra la spietata distanza che separa il mondo del superfluo da quello della sopravvivenza in una lotta di classe che non ha vincitori.

Parla dell'importanza di avere un piano per riuscire nella vita ma anche di come, un piano ben congegnato, non tenga mai conto dell'imprevisto e della linea di non ritorno, sottile ma spietata che una volta superata cambia per sempre le cose.

Fino a che punto ci si può spingere per amor proprio?

Parla di come il punto di vista con cui si guarda una cosa cambi la prospettiva del tutto: un temporale, visto dalla grande finestra della villa è uno spettacolo unico, addirittura romantico, ma lo stesso temporale, quando arriva nei bassifondi, è una valanga di merda che non ha proprio niente di romantico.

Sono molte le riflessioni che mi ha scatenato e una su tutte, uscendo dal cinema, è la domanda che mi sono posta: 

"di chi sono, io, il parassita?" (perché in fondo lo siamo tutti, chi di qualcun altro, chi della società).

E allora ti guardi intorno, cerchi di immaginare il mondo visto dall'alto e quello che vedi è qualche miliardo di scarafaggi che scorrazzano ovunque preoccupandosi solo di loro stessi.