• C.

non si giudica un libro dalla copertina


"Mi dico che sí, racconterò un’ultima storia di prigionia, e sarà anche la storia della mia liberazione."

Che Emmanuel Carrère sia ormai uno dei miei scrittori preferiti lo sapete già.

Detto questo, "La vita come un romanzo russo" non è il suo lavoro meglio riuscito, o quello che più mi ha appassionato.

Lo scrittore francese è di nuovo alle prese con il racconto di una storia vera, questa volta è quella di un reduce di guerra ungherese ritrovato dopo 53 anni, in un ospedale psichiatrico russo. Nessuno ha mai chiesto di lui e lui, non avendo mai imparato la lingua, è rimasto in silenzio dov'era quando sarebbe potuto ritornare a casa molti anni prima.

Un uomo abbandonato, la storia di un invisibile.

Carrère decide di scriverne un po' controvoglia ma poi, quel viaggio che lo porta in una piccola località russa, lo cambierà profondamente riportando a galla i ricordi delle sue origini russe, il contatto con la lingua che ha accompagnato la sua infanzia e, soprattutto, inizia a indagare sul nonno materno scoprendo e svelando il segreto di sua madre, il fantasma che tormenta la sua famiglia.

Come sempre, il vero protagonista di ogni suo libro è lui stesso e stavolta si mette davvero a nudo parlando non solo del suo passato ma della sua relazione con la fidanzata mostrando anche il peggio di sé. Adoro la sua franchezza, che usa a rischio dell’impopolarità, e con cui mette in piazza i suoi disastri sentimentali. Non ci fa sempre una bella figura, ma è talmente narcisista che gli va bene così; un uomo pieno di difetti, egoista ed egocentrico ma che sa parlare con il cuore.

Il libro è un insieme di storie completamente diverse e che lui riesce a legare in maniera quasi miracolosa, egregiamente scritte, ma che risulta un pò caotico e, rispetto ad altri, un po' freddo.

Leggere Carrère resta comunque un'esperienza unica perché si è di fronte a un uomo che sembra vivere per la verità, per scovarla, indagarla e raccontarla.

"Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia.

Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie,

sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma.

Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi."

3,5/5