• S.

non si giudica un libro dalla copertina


Todd Aaron è un uomo di cinquantanni che da quando ne aveva 10 vive in una comunità per bambini autistici lontano da casa, il Payton Living Center.

E' autistico. Ha un grave deficit cognitivo congenito. Senza eccellenze né alte funzionalità.

E' indipendente, sa leggere, è affettuoso, ma non sempre è capace di esprimere i suoi pensieri e i suoi sentimenti.

Due eventi turberanno la sua normale routine, fatta di cose che gli danno sicurezza e lo tengono al riparo dai suoi scatti di "volt", quando per calmarsi si morde una mano.

Questi molto in sintesi i fatti, presentati da Eli Gottlieb nel suo "Un ragazzo d'oro", scritto in prima persona da Todd.

Ed è stata proprio questa una delle prime ragioni che mi hanno fatto pensare di doverlo leggere.

Riuscire ad entrare nella psicologia di queste persone, nei misteri delle loro logiche comportamentali.

Lo scrittore americano riesce in parte nella difficile impresa di dare voce al dolcissimo Todd, che ci catapulta nel misterioso mondo dell'autismo. Dico "in parte" perché se da un lato convince con la sua semplicità e ingenuità, da un altro ho a tratti pensato, pur non essendo affatto un'esperta, che fosse troppo edulcorato, troppo poco aderente alla realtà.

Todd si rende sempre conto della sua disabilità, di cosa sta succedendo intorno a lui e riesce sempre, con una lucidità che mi è parsa forzata, ad uscirne con discreta facilità. Esegue sempre tutti gli ordini che riceve con impressionante diligenza, prende sempre le medicine che gli vengono somministrate e va d'accordo con tutti gli operatori.

Nemmeno quando arriverà Martine, ragazza ad "alto funzionamento" per la quale Todd proverà attrazione, smetterà di essere il ragazzo d'oro che la madre gli ha sempre detto di essere.

"Gradualmente ho sentito che mi arrivava addosso la molla elettrica del mio corpo.

I pugni si sono chiusi e la pelle della faccia si è messa a tirare all’indietro finché la faccia non è diventata a forma di grido"

E' innegabile che si crei una forte empatia con il tenero protagonista e con la madre che con tutto l'amore possibile cerca disperatamente una sistemazione per il "il suo ometto bellissimo", ma lo scrittore newyorchese non è riuscito a farmene innamorare perdutamente, come speravo.

3/5