• C.

non si giudica un libro dalla copertina


Il mio amore per Chimamanda Ngozi Adichie è nato anni fa, leggendo il suo monologo (tenuto al TEDx di Euston nel 2012) “Dovremmo essere tutti femministi”, meraviglioso esempio di pensiero femminista in cui afferma che il termine femminismo è collegato ai diritti umani e di come tutti, uomini e donne, dovrebbero impegnarsi per vivere in un mondo più equo.

Da poco, sempre suo, ho letto il breve “Cara Ijeawele : quindici consigli per crescere una bambina femminista” di cui abbiamo scritto QUI. Ma non avevo ancora affrontato la sua narrativa.

Ho deciso di iniziare dalla raccolta di racconti “Quella cosa intorno al collo” (lasciatemelo dire…titolo splendido) prima di affrontare il suo famoso “Americanah” che sta aspettando da forse troppo tempo sul mio comodino ma che, sinceramente, mi intimoriva un po’ .

Beh, posso dire che ora la voglia di leggerlo è alta e non mi spaventa affatto (del resto poche letture lo fanno) grazie a questi racconti e a ciò che mi hanno lasciato, nel cuore e sulla pelle.

Chimamanda in questi 12 scritti affronta temi cari a lei e legati alle sue origini, tutte storie di donne africane (solo un paio di racconti hanno come protagonista un uomo) che si trovano ad affrontare l’occidente in un modo o in un altro e più nello specifico l’America e le sue mille contraddizioni.

Alcuni sono da pelle d’oca, come ad esempio quello da cui prende il nome la raccolta, scritto magnificamente in seconda persona, ci piazza a tu per tu con la protagonista, Akunna, una ragazza che vince la Green Card e che, dopo essersi scontrata con la dura filosofia del «dare per avere», ha quello che nell'opinione di molti sarebbe un incredibile colpo di fortuna. Ma liberarsi di «quella cosa intorno al collo», quel cappio invisibile e soffocante senso di solitudine e non appartenenza, non è facile.

In "L'ambasciata americana" la protagonista attende in fila sotto un sole cocente l'apertura dei cancelli dell'ambasciata americana, dove si appresta a fare domanda di asilo politico. Insensibile alla folla e a ciò che le succede intorno, riesce a pensare solo al figlio e a quella macchia, rossa come olio di palma fresco, che ha visto allargarsi sul suo petto pochi giorni prima.

I 12 racconti, tutti molto belli, delineano lucidamente e obiettivamente gli aspetti più problematici della società nigeriana, attraversata da scontri religiosi, omicidi politici, corruzione, brutalità nelle carceri e maschilismo. Tra senso di smarrimento e più concreti problemi economici e burocratici, risulta però altrettanto chiaro che neppure l'emigrazione assicura felicità, neppure in quell'America che, seppure tanto idolatrata, vista da vicino è ben diversa dal paradiso dipinto in certi film.

Grazie a una scrittura chiara, diretta, emozionante e a un originale uso di metafore la Adichie fa di questa raccolta una lettura toccante ed educativa, una di quelle letture che ti portano immancabilmente a sentirti in colpa, non tanto per la vita che hai, il posto dove vivi, i diritti scontati e le possibilità che il mondo occidentale ti da... ma per il peccato di ingenuità colpevole che ci rende insensibili al mondo e di cui siamo davvero tutti in parte colpevoli.

Una scrittrice che non smetterò di leggere, di seguire e di stimare.

Ce ne fossero.

4/5