• C.

non si giudica un libro dalla copertina


"Nessuna catena legava le disgrazie di Cora alla sua personalità o alle sue azioni.

Aveva la pelle nera, ed era così che il mondo trattava i neri.

Niente di più, niente di meno."

William Thomas, direttore della casa editrice Doubleday che ha pubblicato "The Underground Railroad" ( in italiano "La ferrovia sotterranea"), nuovo romanzo di Colson Whitehead, all’inizio dell’estate aveva spedito una lettera ai librai americani: «Faccio questa professione da 29 anni e ho imparato quanto sia pericoloso creare troppe aspettative su un libro in uscita. Per questo, di solito cerco di trattenermi. Ma quello che ha fatto Colson Whitehead è così straordinario che non posso rimanere in silenzio. The Underground Railroad mi ha profondamente turbato, tanto che dopo aver finito di leggerlo sono uscito in strada e ho cominciato a camminare, come sotto choc, per cercare di analizzare l’onda di emozioni che mi aveva travolto. Non mi vergogno di dire che ho pianto, più volte, leggendo questo romanzo… Mettere a disposizione del mondo libri come questo è il motivo per cui tutti noi abbiamo scelto questa professione così complicata. Magari state pensando che stia esagerando. Sono assolutamente certo che non la penserete più così quando avrete finito di leggere questo libro».

Riporto questa dichiarazione perché esprime ciò che questo libro provoca leggendolo e il valore del mestiere di scrittore e di editore.

"La ferrovia sotterranea" è il nome con cui si indica, nella storia degli Stati Uniti, la rete clandestina di militanti antischiavisti che nell’Ottocento aiutava i neri a fuggire dal Sud agli stati liberi del Nord.

Whitehead, re dell'iperrealtà, la trasforma metaforicamente in una vera e propria linea ferroviaria operante in segreto, nel sottosuolo, grazie a macchinisti e capistazione abolizionisti. Cora, giovane schiava nera, fugge dagli orrori di una piantagione nella Georgia seguendo l'esempio della madre, unica schiava ad essere riuscita nell'impresa e, a bordo di questi treni si imbarca in un arduo viaggio verso la libertà. Facendo tappa in diversi stati del Sud dove la persecuzione dei neri prende forme diverse e altrettanto raccapriccianti e inseguita da uno spietato cacciatore di taglie, cercherà di guadagnarsi la libertà.

A differenza di Thomas io non ho pianto leggendo questo libro e in questo sta, per me, la forza di Whitehead.

È riuscito a raccontare la schiavitù, argomento non certo nuovo senza mai cadere in pietismi o retorica.

Mantenendo una scrittura veloce, quasi distaccata per quasi 400 pagine, trasforma un libro d'avventura in una testimonianza feroce, per quanto a tratti fantasiosa, di uno dei momenti più bui dell'America e del mondo intero.

Ne esce un romanzo meraviglioso, originale e potente, giustamente vincitore sia del Premio Pulitzer che del National Book Award (unico libro negli ultimi vent'anni a ricevere entrambi i premi).

Un libro che le generazioni future leggeranno, mi auguro, a scuola e che non mancherà mai nelle biblioteche di tutto il mondo.

Whitehead, a Roma lo scorso Sabato ha affermato:"Abbiamo avuto tanti presidenti americani che erano dei suprematisti bianchi, ma se avessimo studiato meglio la storia non ne avremmo uno adesso".

Parole vere e la storia, come sempre accade, purtroppo si ripete.

4,5/5