• S.

non si giudica un libro dalla copertina


"Non è che i consigli benevoli e benintenzionati degli altri siano sbagliati, è che sono inutili, almeno in quel momento: nell’ istante preciso in cui i sintomi depressivi raggiungono l’acme, il buon senso, la positività, l’etica e la morale non hanno alcuna presa"

In "Parla, mia paura", Simona Vinci ci parla in maniera sincera e onesta della sua lotta contro la depressione, delle sue ansie e delle sue fobie, di un momento della sua vita, qualche anno fa, in cui la malattia aveva raggiunto livelli tali da farle pensare al suicidio.

Di un periodo in cui, toccando il fondo è caduta in una sorta di trance che annebbia la mente , in cui la corda pareva l'unica soluzione possibile per porre fine al suo incessante dolore. Un dolore invisibile e spietato che la teneva chiusa in casa costretta in una non-esistenza.

Usa le parole perché, dice, "non mi hanno mai tradita" e le usa in maniera efficace, pulita, senza retorica, per raccontarci la sua esperienza. La sua è una testimonianza in cui si mette a nudo rievocando momenti dolorosi, frammenti di memoria che come schegge impazzite si piantano nella carne viva e riescono a creare empatia con il lettore rendendolo partecipe della sua sofferenza. Dice di aver scritto questo libro per perdonarsi e per offrire, a chi ha vissuto una esperienza simile, un riflesso di sé nelle sue parole.

Difficile spiegare, soprattutto a chi non lo ha mai provato, la sensazione di disagio, paura e dolore di un attacco di panico; la Vinci riesce benissimo, con una scrittura asciutta e senza fronzoli. Tagliente ed efficace.

Non ha certezze e non da risposte, ma getta nero su bianco l'esperienza di un grande disagio esistenziale che colpisce oramai una percentuale molto alta di persone e da cui, dice, probabilmente non si guarisce mai del tutto.

Senza commiserazione e falsi pietismi racconta come è riuscita a trovare la forza di farsi aiutare e come, alzando lo sguardo ha trovato quello sconosciuto, di una donna di colore in un tram di New York che le indicò la strada di casa, nel bel mezzo di un attacco d'ansia.

Piccoli gesti e inaspettati sguardi di comprensione possono diventare inconsapevoli ancore di salvezza.

"Scoprii che gli esseri umani possono incontrarsi anche se non si conoscono, che fidarsi e affidarsi è quasi sempre l’unica cosa sensata da fare"

In questa autobiografia riprende il filo già proposto in "La prima verità", suo penultimo romanzo con il quale ha vinto il Premio Campiello nel 2016, nel quale scava nei dolori delle malattie mentali e lo fa con grande intensità e coraggio.

4/5

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