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  • S.

non si giudica un libro dalla copertina


"C'è una cosa", pensava, "e non so se non sia addirittura l'unica, che le persone civilizzate non possono fare. Uccidono, commettono adulterio, rubano, compiono atrocità, non si trattengono dall'ubriachezza, dallo stupro, dal tradimento, dalla delazione. Sono cose che si fanno tutti i giorni. Saranno anche riprovevoli per qualcuno, però si fanno. Uno dei peccati più antichi dell'umanità non viene più commesso nei paesi civilizzati. Non lo si può fare, perché suscita ribrezzo. Ma io quel peccato l'ho commesso. E sono più aborrito del diavolo."


Thala e Joel hanno affidato il loro bambino a una coppia di facoltosi inglesi perché lo educassero e ne facessero il loro erede. Sven però, il figlio ormai dimenticato, sta per tornare a casa dopo una spedizione al Polo Nord, con una colpa imperdonabile. In preda alla disperazione e alla fame, ha mangiato carne umana. Un colpa che nessuno gli perdonerà, nemmeno il parroco della comunità, che anzi, pubblicamente, durante un'omelia lo denuncerà e lo bandirà dalla sua chiesa, di fronte a tutti i paesani. Solamente Sigrun, la moglie straordinariamente bella del parroco, vedrà in lui l'anima gentile e disponibile che è in realtà. Sven cercherà in tutti i modi di entrare nelle grazie della gente, cercando un riscatto sociale che solamente alla fine otterrà.

Intanto la guerra imperversa con tutto il suo carico di morti e l'orrore che si trascina, ed è a questo punto che l'autrice muove i suoi personaggi verso l'apertura nei confronti di Sven, che ha sì commesso l'atroce peccato di andare contro la sacralità della morte, ma non è forse peggio accettare l'eccidio di uomini e la carneficina di donne e bambini che la guerra porta con sé? Questa consapevolezza aprirà gli occhi ai compaesani di Sven, che lo accetteranno dopo averlo a lungo guardato con disgusto.


Questa è la trama di "Bandito", romanzo che mi è stato consigliato, e di cui comunque ringrazio, ma che probabilmente non avrei letto. Un romanzo scritto nel 1918 dalla scrittrice svedese Selma Lagerlöf, prima donna premio Nobel nel 1909, che sicuramente ha moltissime caratteristiche che lo rendono un romanzo pacifista di grande valenza : la modernità, l'intensità e una scrittura che a dispetto dell'anno di uscita lo rende assolutamente attuale. Considerevole anche lo sguardo sulla condizione delle donna (nello specifico, di Sigrun) che cerca una emancipazione da una situazione di totale sottomissione , prigioniera di un rapporto asfissiante e umiliante.

Un libro però che ha caratteristiche che spengono sempre ogni mio entusiasmo: si tratta di un libro surreale, estraniante, mistico, e io con questa tipologia di racconti ci faccio a schiaffi.

Mi piacciono i romanzi realistici, con i piedi ben piantati nella terra, e ciò mi rende immune al fascino di questi libri con una pesante percezione spirituale.

Problema mio, certo. Di gusti, senz'altro. Ma mi sento sempre a disagio quando mi scontro con tutto il mondo (letterario). Perché questo romanzo è insindacabilmente amato da chiunque. Peccato imperdonabile di cui fatico a farmene una ragione.

Qui c'è pure l'aggravante di essere una ostica (per me) letteratura nordeuropea, così diversa da ciò che leggo abitualmente, immersa in saghe e leggende, folletti e magheggi, descrizioni infinite di paesaggi naturali, l'incanto della magia del Nord insomma, che lascia me piuttosto indifferente ma evidentemente per molti un gran fascino.



P.S.: da non perdere la post fazione di una sempre meravigliosa Chiara Valerio

3/5


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