• S.

non si giudica un libro dalla copertina


Questo autunno delle meraviglie (che comunque non è ancora finito) mi sta dando grandissime soddisfazioni.

Un po' per fortuna e un po' grazie a consigli azzeccati, mi sono ritrovata fra le mani una serie di libri meravigliosi e che sicuramente sono tra i migliori di tutto l'anno. Chabon, Whitehead, la Strout, McEwan e adesso la Axelsson, che mi è passata sopra come un treno, lasciandomi spossata ma felice.

La felicità di chi ha tra le mani un libro che non vorrebbe finisse mai.

Combattuta tra la necessità di andare avanti e leggerne, leggerne ancora e la paura di finirlo troppo in fretta.

"Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson è un libro strepitoso, meraviglioso, entusiasmante e aggiungete pure tutti i superlativi assoluti che conoscete. Un libro che non perde mai di intensità, nemmeno per un minuto, nonostante le sue 576 pagine.

Affreschi brutali e dolorosissimi, taglienti come lame, di un momento storico, che bisogna assolutamente continuare a raccontare, l'abominio che è stato l'olocausto. Possibilmente (ma non sarà facile) in maniera così dettagliata, convincente e commovente.

Sinceramente il dibattito sulla possibilità o meno di scrivere su questa materia solo se la si è vissuta, in questo caso mi pare inutile. La Axelsson scrive di personaggi totalmente inventati ma si basa su eventi reali, ed è proprio bravissima; ha condotto uno studio e una ricerca impeccabili rendendo perfettamente la brutalità e l'indicibile sofferenza.

'Io non mi chiamo Miriam' sono le parole che escono improvvise dalla bocca della protagonista, il giorno del suo ottancinquesimo compleanno quando, scartando il regalo della famiglia trova un braccialetto che riporta il suo nome. Tutti pensano che sia colpa dell'età ma non la nipote Camilla che più tardi, durante una camminata con la nonna, chiederà conto di quelle parole.

Da qui inizierà un viaggio attraverso i ricordi, dolorosi e strazianti, della sua vita che a nessuno ha mai avuto il coraggio di confessare.

Nata di etnia Rom, in Germania, dovrà fin da giovanissima occuparsi del fratellino più piccolo, Didì, a seguito della precoce morte della madre. Poi la guerra, la deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz e quindi lo spostamento a Ravensbruck dove, per circostanze fortuite, diventerà l'ebrea Miriam, per il resto della vita.

Una bugia necessaria perché nel dopoguerra anche nella pacifica e civilissima Svezia, dove lei sarà trasferita dopo la guerra, i Rom non erano affatto accettati e anzi spesso perseguitati.

'Sono passata attraverso l'inferno, so cosa significa vivere all'inferno, e per questo non concedo niente a chi si crea il proprio inferno amatoriale per poi fingere di non poterne uscire'

Se la gioca per il primo posto come libro migliore letto quest'anno e devo dire che la vittoria è molto vicina, nonostante la concorrenza agguerritissima.

5/5 con LODE

#MajgullAxelsson #iononmichiamomiriam #Iperborea