• C.

non si giudica un libro dalla copertina


"Quale logica o legge di vita potrà mai spiegare la diabolica impresa di quegl'uomini eletti".

Carmen Consoli

Inizio questa recensione usando le parole di Carmen Consoli che in un pezzo ispirato all'Olocausto si interroga sul limite che può raggiungere la cattiveria umana e lo sgomento che si prova davanti a quello che è stato il momento più atroce della storia dell'umanità.

Ed è proprio sgomenti, schifati e indifesi che ci si sente una volta finito questo meraviglioso libro.

Sgomenti perché, anche se di Olocausto abbiamo già sentito, letto, studiato tanto, non si finirà mai di esserlo; perché anche se questa storia è romanzata è vera, anche se le gemelle Pearl e Stasha non sono realmente esistite, sono comunque esistite. Perché Pearl e Stasha sono tutti i migliaia di bambini di Auschwitz.

Schifati davanti alla realtà che sono stati i campi di concentramento e quello che è stato definito lo Zoo di Mengele, dove si svolge la storia delle gemelle dodicenni, selezionate e utilizzate come cavie da laboratorio, separate prima dalla madre e poi l'una dall'altra.

Indifesi perché la Konar, attraverso le voci delle due ragazzine, ti commuove e ti spiazza. Ti fa riflettere su ciò che ha davvero importanza, sui legami speciali, ti toglie la pelle e gli scudi che pensi ti proteggano da tutto ciò che di brutto ti circonda.

Il libro inizia nell'utero della madre dove Stasha assiste alla nascita della sorella e vive la prima forma di abbandono e solitudine e si fa forza per seguirla perché sa già che senza Pearl lei non è nulla. E così nascono entrambe e crescono come un'unica entità. Parlano una lingua loro che non ha bisogno di parole e l'una sempre in difesa dell'altra. Si ritrovano su un treno merci in viaggio per Auschwitz, selezionate insieme a decide di altre coppie di gemelli in quanto merce rara su cui "lo zio" (così si faceva chiamare dai bambini Mengele) poteva portare avanti le sue assurde ricerche e i suoi sadici esperimenti. Separate l'una dall'altra lotteranno per rimanere in vita e per ritrovarsi.

"Siccome non avevi potere sulla mia nascita, mi hai tolto quella con cui sono nata: la persona che era il mio amore, la metà che mi rendeva intera, e adesso sono ridotta a una cosa sbiadita, una persona scissa che vivrà per sempre, vagando alla ricerca del nulla, di nessun luogo, di un 'assenza di sentimento con cui lenire il dolore".

Con la sua scrittura originale, la Konar commuove e scuote; un libro non a caso già considerato uno dei più belli di quest'anno, sicuramente un libro che spero faremo tutti leggere ai nostri figli.

Voglio chiudere però con una frase di Primo Levi che nella sua semplicità rivela l'unica verità:

" c'è Auschwitz dunque non può esserci Dio".

4,5/5

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