non si giudica un libro dalla copertina

November 5, 2019

Chi l’ha definito l’American Psyco italiano (L’italian Psycho) forse non ha mai letto American Psycho.

Chi l’ha trovato estremamente cinico, cruento e spietato, forse non ha mai letto Houellebecq o visto Arancia Meccanica.

Chi l’ha definito bello poi, forse non l’ha proprio letto o forse non ha mai letto un bel libro.

Noi felici pochi”, romanzo firmato Patrizio Bati che altro non è che uno pseudonimo e l’italianizzazione di Patrick Bateman (protagonista del sopra citato capolavoro di Bret Easton Ellis) non è niente di più che un prodotto vuoto, banale, senza coraggio e fondamentalmente “paraculo”.

L'abbiamo letto insieme, e ovviamente stroncato all'unanimità.

Ci siamo lasciate convincere da un tweet di una giovane scrittrice italiana che spesso ha consigliato ottimi libri.

Il suo commento è stato proprio: "Lo consiglio ai cinici immorali (no ai cuori buoni)" e noi, a queste parole, abbiamo subito alzato le antenne. Abbiamo pensato: è pane per i nostri denti.

Siamo sempre alla ricerca di testi che ci sorprendano, che ci inchiodino davanti a parole taglienti e pensieri scorretti, che indaghino i lati oscuri dell'animo umano, ma qui siamo difronte a nulla di tutto questo, piuttosto ad una versione di Bateman "de noantri", inconsapevolmente banale, involontariamente comico.

Una banda di ragazzotti pariolini romani e fascistoni che si annoiano molto e passano il loro tempo tra pestaggi, violenza gratuita, risse alla stadio. Tutto inizia con un incidente d'auto che coinvolge il gruppo di amici e dal quale parte il racconto delle loro marachelle e ciò che li ha portati a quella situazione.

Ma cosa ci vuole raccontare Bati? La superficialità dei nuovi figli di papà? La crudeltà di una generazione senza valori? La nuova corrente neo fascista che attanaglia l'Italia? 

Se c'ha provato non c'è riuscito perché il libro manca proprio di contenuto, di profondità, di analisi...è una storiella superficiale dalla morale a dir poco scontata che vuol sconvolgere ma riesce solo a far sorridere, perfino la scrittura non ha nulla da salvare: troppo semplice e scontata.

I richiami al romanzo di Ellis sono molti e fin troppo palesi, Bati cerca addirittura di scimmiottarlo risultando a tratti ridicolo (l’inserimento delle descrizioni enciclopediche e il dilungarsi sulle marche dei vestiti? ...ma davvero?) 

Vogliamo sperare non volesse esserne l’omaggio (lo speriamo per Ellis) perché quello che ne risulta è solo un tentativo di simulazione grottesco.

 

A nostra discolpa si potrebbe dire che il tema sembrava interessante e se si aggiunge il mistero sull'anonimato dell'autore, diciamo che ci si poteva cascare tranquillamente. E così è stato, ci siamo cascate.

Per fortuna però ci abbiamo perso poco tempo e trovato il modo di farci due risate.

Il finale poi è l'apoteosi della retorica e della psicologia da due soldi e a quel punto ci siamo proprio sbellicate.

La banalità senza fine di questo romanzo è imbarazzante.

Pare proprio un'operazione di marketing ben congegnata che potrebbe sconvolgere giovani lettori imberbi.

A noi scafate lettrici, immodestamente, serve ben altro.

Per cinismo, e immoralità poi, rivolgersi altrove.

Questo è il suo primo romanzo (consigliamo a chiunque si celi dietro a Bati, di rimanere nell'anonimato) e speriamo sia anche l'ultimo. E comunque per noi, di certo lo sarà.

 

1/5

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