non si giudica un libro dalla copertina

October 14, 2019

«Nei giorni di lavoro, col bello o col cattivo tempo, scontri a fuoco o bombe, calma piatta o sommosse in corso, io preferivo tornarmene a casa a piedi leggendo uno dei miei libri. Non poteva che essere un libro del Diciannovesimo secolo, perché i libri del Ventesimo secolo non mi piacevano, perché non mi piaceva il Ventesimo secolo»

 

"Leggerlo è come scalare una montagna", così i giurati si sono espressi al momento della premiazione di Milkman di Anna Burns , vincitore del prestigioso Man Booker Prize. 

E non posso che confermare, leggerlo è stato faticoso come scalare una montagna ma, a differenza di una scalata che ti porta a una cima da cui la vista è mozzafiato, la fatica di leggere questo libro è mal ripagata.

La scrittura della Burns è a dir poco originale, qualcosa che non si era davvero mai letto, una "voce unica" ma il libro risulta ridondante e sembra non giungere da nessuna parte.

Siamo in Irlanda negli anni settanta (o questo è quello che si deduce in quanto la scrittrice non specifica luoghi, date, né tantomeno, nomi) e la nostra protagonista è "Sorella di Mezzo", diciottenne dalla strana abitudine di leggere camminando. Questa caratteristica è quella che più la definisce, sembra non far caso a ciò che le capita attorno e incurante dei conflitti che attanagliano il suo paese. Un giorno viene avvicinata da "il Lattaio", che lattaio non è, e da quel breve incontro (a cui ne seguiranno altri) la sua "reputazione" cambierà. In un paese in cui tutti sono contro tutti, in cui si spia dentro le finestre del vicino, in cui il pettegolezzo vince sulla verità, "Sorella di Mezzo" si ritroverà ad affrontare un giudizio ingiusto.

Il senso del libro è chiaro, interessante, condiviso e sicuramente attuale (Dal #MeToo al femminismo moderno, l'importanza della reputazione e il potere del pettegolezzo) ma è soprattutto un ripetersi snervante dello stesso concetto e situazione e la sua lunghezza non aiuta, si finisce prima la pazienza che il romanzo. È volutamente claustrofobico e snervante, decisamente estenuante.

Il "Guardian" ha definito questo lavoro "coraggiosamente sperimentale e francamente macina-cervello". Si tratta, a suo dire, di una "scelta provocatoria" che "senza dubbio lascerà perplessi molti lettori e depressi parecchi librai". Tutto vero, probabilmente è stato premiato non il libro migliore ma  quello più coraggioso, un libro che sfida la forma e il pensiero convenzionali ma che davvero poco ti regala.

Peccato.

 

2,5/5

 

 

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