non si giudica un libro dalla copertina

May 21, 2019

"Brother" è il secondo romanzo di David Chariandy e il primo a uscire in  Italia, ha vinto il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize, l’Ethel Wilson Fiction Prize, il Toronto Book Award e il Windham-Campbell Prize. È stato eletto tra i migliori libri dell’anno da diverse testate internazionali, tra cui “The Guardian”, “Esquire”, “The Globe and Mail” e “Toronto Star”.

Insomma, con queste premesse pensavo di andare sul sicuro e invece mi sono ritrovata, a fine lettura, con le idee confuse e un parere difficile da esprimere.

Il libro è molto breve e forse questa è la cosa che mi ha spiazzato un po'.

Da una parte ho avuto l’impressione mancasse qualcosa, o, in certi momenti, ne avrei voluto di più ma dall’altra mi sono detta: 

“È breve, sì, ma quanti riescono in meno di 200 pagine a dire, in realtà, così tanto?“

 

Ma parliamo della trama che l’autore descrive così:

È la storia di due fratelli che crescono in una periferia difficile. Micheal è un ragazzo sensibile, ha bisogno di protezione. Francis, il fratello maggiore, è più duro, un ragazzo di colore che si muove con circospezione e sa cosa significa essere visti come una minaccia. È la Scarborough degli anni ’90, un sobborgo di Toronto di palazzi e musica hip hop, il cui volto sta per cambiare per sempre.

 

"C'è questa cosa che succede a volte ad alcuni ragazzi del quartiere. Una cosa che si manifesta nel modo di stringersi la mano, in certi sguardi e certi abbracci, qualcosa di profondamente vero, innegabile, ma di cui raramente si parla, che raramente viene spiegato. Talvolta nemmeno avvertito. Adesso però, mentre pensavo ai fatti miei, lo riconobbi al volo."

 

La voce narrante è quella di un Michael adulto, rimasto nella sua città natale per accudire la madre e tra flash-back e presente, si scoprirà come è morto il fratello maggiore e si delineeranno rapporti e personaggi.

Il libro tocca molti argomenti e molte sono le riflessioni a cui ti spinge: parla di legami tra fratelli, in questo caso il rapporto è molto bello ma forse un po' banale: il piccolo, fragile e “imbranato” e il grande, premuroso e coraggioso.

Del loro rapporto con una madre single che ha lasciato la sua Trinidad per dare ai figli un futuro migliore, che si spacca la  schiena  facendo le pulizie e che cerca di crescerli lontani dai guai. Guai che però, sembrano impossibili da allontanare del tutto. Delle difficoltà nel crescere come immigrato nella periferia canadese negli anni 90, con la necessità di esprimere sé stessi, con il continuo rischio di entrare in brutti giri, con il pregiudizio di chi vede in te solo un delinquente. Parla di amicizia e di lealtà ma parla soprattutto del dolore di una perdita immensa, del vuoto che lascia intorno a sé, della necessità di condividere e affrontare quel dolore e della verità, che non è mai quello che sembra.

 

Un libro originale e ben scritto ma per il quale non è scattata la scintilla e del quale poco, forse, mi rimarrà addosso.

 

3/5

 

 

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