C'è chi dice NO!

March 7, 2019

 

 

Non che ci si aspetti ormai molto dai film di Clint Eastwood (che dopo Million Dollar Baby pare si sia arenato a fare “il solito film alla Clint") ma questa volta dire che ha fatto fiasco è riduttivo. Torna nella duplice veste di regista e attore ma la prima cosa da dire è che, poverone, in questo film dimostra i 100 anni che ha e il film, anche di più.

 

"The Mule" è basato sulla storia vera di Leo Sharp, un veterano della seconda guerra mondiale che divenne un corriere per il cartello di Sinaloa; trama se vogliamo interessante ma sceneggiatura e messa in scena che rasentano l’imbarazzante.

La recensione infatti la facciamo fare al film stesso, qui riportato passo per passo:

 

Un vecchio ortocultore, che ha preferito per tutta la vita il lavoro alla famiglia, si ritrova in disgrazia (per colpa dell’internet) e costretto ad abbandonare la sua attività. Dopo anni di latitanza agli eventi più importanti della famiglia si presenta alla festicciola prematrimoniale della nipote e lì, dopo una breve occhiata, gli viene proposto da un emerito sconosciuto (che non si vedrà mai più), di fare il corriere per il più grosso giro di narcotrafficanti della zona, con le parole:“Ti pagano per guidare e per portare un pacco da un posto all’altro, ci stai?”.

Va bene che pare innocuo ma…potrebbe anche essere un ex poliziotto, no?  Ma nooo, fidiamoci del primo che capita, basta che abbia 100 anni e un pic-up.

E così ha inizio l’avventura, Clint si presenta in un garage in cui viene accolto da una squadra di bruttissimi messicani (talmente stereotipati che anche il tizio seduto in ultima fila mezzo addormentato alzando la palpebra un paio di secondi ha capito chi erano i cattivi), armati fino ai denti che gli infilano un borsone sul retro e via che si va! Clint fa un paio di viaggi, non lo ferma nessuno, canticchia vecchi pezzi country mangiando panini, guadagna un sacco di soldi e così al terzo viaggio viene caricato di un borsone un po’ più grande. E qui cominciano a venirgli i dubbi... “Ma cosa starò mai trasportando? Sarà mica una roba illegale eh?”…e preso da una curiosità irrefrenabile si ferma dopo pochi chilometri, apre il bagagliaio e scopre che C’È DELLA DROGA!!! Ma chi l’avrebbe mai detto? 

E nello stesso momento in cui armeggia con la lampo del borsone, come ogni cattiva sceneggiatura prevede, gli arriva alle spalle  un poliziotto con cane antidroga. Ma che problema c’è…un po’ di dentifricio sulle mani e il cane non s’accorge di 20 kili di cocaina a 20 centimetri dal suo naso, a saperlo prima...

E ora non lo ferma più nessuno, ingenuo e spaventato come un bambino di due anni quando gli mettono in mano uno smartphone ma tranquillo e spavaldo davanti a posti di blocco o a mitra puntati alla tempia dai peggiori boss del cartello, l'arzillo Clint accumula viaggi su viaggi, si intrattiene con prostitute locali e continua a fare soldi. Soldi che non ostenta (a parte un braccialetto d'oro da spacciatore) ma che usa per comprare un vecchio locale per anziani andato a fuoco e pagare anonimamente gli studi della nipote. Il resto dei centinaia di migliaia di dollari...boh. Diventa quasi un mito, il cartello lo soprannomina "Tata" (non si sa perché) e il boss vuole conoscere colui che gli sta facendo fare tutti questi buoni affari. Viene invitato alla magione dei papponi e qui il film si trasforma in un video hip-hop latinoamericano con una sequenza interminabile di primi piani su fondoschiena in perizoma e tette rifatte. Il boss del cartello (interpretato da un appesantito ma sempre fascinoso Andy Garcia) lo adora e lo rispedisce in missione ma affiancato dal nipote: la posta si fa sempre più alta e non ci si può fidare più di nessuno.

Cominciano così i viaggi più rischiosi, il bagagliaio tracima di borsoni pieni di coca e Clint guida canticchiando e sbafando burritos, tanto a me non mi ferma mai nessuno, e così è. Seguito da un auto con i trafficanti "balia" a cui tocca sostare alla festa della salsiccia e a fare pisolini perché il vecchietto vuole così... fa niente se il carico arriva in ritardo o se si rischia la sedia elettrica.

Nel frattempo, in una stazione di polizia capitanata da Laurence Fishburne (che dovrebbe fare molti più film anche solo perché ha il nome più figo del pianeta) arriva il detective della DEA Colin Bates (Bradley Cooper in versione capelli a spazzola), che comincia a seguire le tracce del corriere e cercare di acciuffarlo.

Scoprono che viaggia con un pic-up nero, la tratta che fa, dove si fermerà a dormire ma niente, passano davanti al vecchietto milioni di volte ma fermano sempre e solo il tizio con la faccia più brutta.

Corriere e poliziotto si incrociano pure in un bar, chiacchierano sul senso della vita e l'importanza della famiglia, instaurano in 5 minuti un rapporto padre-figlio scontatissimo e si salutano per poi rivedersi solo nel finale. 

Finale che è a dir poco da tagliarsi le vene: "Tata", durante il suo ultimo viaggio viene chiamato al telefono dalla nipote che lo vorrebbe al capezzale della ex moglie morente. Dopo averle spiegato che non può assolutamente no no no, si presenta a casa della moribonda sfuggendo per una settimana al controllo dei cattivi che, dobbiamo dirlo sono anche piuttosto imbambiti! La famiglia dopo averlo sbertucciato per tutto il film lo riprende a braccia aperte e gli perdona tutto; finirebbe tutto a tarallucci e vino se non fosse che Bradley finalmente trova sto ca**o di pic-up nero (incrociandolo per sbaglio) e inchioda "Tata" che finirà i suoi ultimi anni in gatta buia a coltivare orchidee.

Insomma questa in poche (forse troppe) parole, la sceneggiatura a dir poco deludente, che però come spesso succede, è piaciuta molto a tutti tranne che a noi.

La cosa ci lascia basite ma, con la consueta arroganza, ribadiamo il nostro grandissimo NO!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Share on Twitter
Please reload

RECENT POSTS:

December 4, 2019

November 29, 2019

Please reload