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August 10, 2018

" Padre Nostro che sei nei cieli, ma fai sul serio? Ma che cazzo succede?"

 

Questa è la prima frase pronunciata dalla protagonista, l'ancella Difred, nella seconda stagione di "The Handmaid's Tale".

Si trova difronte ad un patibolo, insieme ad altre ancelle, in cui vengono trascinate a forza per subire la "giusta" punizione per non aver lapidato una di loro ed essersi quindi ribellate, ed è la prima di tante vessazioni che, come e più che nella prima stagione, accompagneranno le vicende delle protagoniste di Gilead, città americana in cui vige un regime patriarcale brutale di totale sottomissione per le donne. Il teatro è lo storico stadio di baseball di "Fenway Park", dove le attende un immenso patibolo. Una scena in cui non avviene in realtà nessuna violenza fisica ma talmente angosciante e terrificante da far togliere lo sguardo allo schermo.

 

Liberamente ispirato al romanzo "Il racconto dell'ancella" di Margaret Atwood, questa seconda stagione ci ha lasciate per certi versi affascinate e per altri sgomente.

Il fascino che indubitabilmente ci ha colpite, deriva dal fatto che sicuramente si tratta di una delle serie più complesse, interessanti, ben fatte e forse necessarie degli ultimi anni.

Ottimamente recitata e con una sceneggiatura che, se pur a nostro parere con parecchie lacune, rimane originale e potente.

Elizabeth Moss, la protagonista principale, è veramente impressionante. Intensa ed emozionante. E certamente abbiamo avuto modo di apprezzarla molto, molto, molto da vicino.

Non di meno, infatti, uno dei problemi, secondo noi, di questa seconda stagione, è stata la quantità di primi piani su Elizabeth. Ovviamente lo sguardo più gettonato è stato quello angosciante, ma possiamo dire di avere probabilmente visto tutte le sfaccettature dell'animo umano. Lunghi, interminabili primi piani, onestamente troppi.

Il secondo grande problema riscontrato, è stato il continuo, martellante, interminabile stato di angoscia di cui ogni puntata è permeata. Ogni episodio ti travolge emotivamente con continue scene di dolore, patimento e violenza, fisica e psicologica.

La scena iniziale del patibolo è solo la prima di decine di altre, tutte al limite della sopportabilità.

Funzionali al racconto, certo, ma forse utilizzate troppo come riempitivo per un racconto che, in questa seconda stagione, manca di fluidità e di coesione.

Molte puntate sono scollegate e alcuni personaggi trattati con troppa facilità (vedi il generale Lawrence, pedina fondamentale per il finale), forse hanno voluto mettere troppa carne al fuoco, molta della quale lasciata poi in sospeso senza spiegazioni e approfondimenti necessari.

Ovviamente avremo una terza stagione, pertanto dal finale non ci aspettavamo una chiusura, e dobbiamo proprio dire che l'ultima puntata è forse la più interessante e imprevedibile.

Non vi staremo certo a spoilerare, ma se come noi, pensavate di abbandonare qui, causa eccessiva fatica emotiva, toccherà ricrederci, perché pare se ne vedranno delle belle (ma ovviamente il condizionale è d'obbligo).

 

 

 

 

 

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