non si giudica un libro dalla copertina

October 25, 2017

 Shalom Auslander scrive questo divertente romanzo di formazione autobiografico, "Il lamento del prepuzio", nel 2009.

Mi è stato prestato da un'amica che, come molti, ha trovato quest'opera esilarante.

Non c'è dubbio che a tratti lo sia veramente, ma per quanto mi riguarda, il divertimento è finito piuttosto in fretta.

Trovo che sia un'opera perfetta per uno spettacolo teatrale ma il libro a lungo andare perde di efficacia. Troppe battute, troppe ripetizioni.

Shalom con sguardo critico cerca di liberarsi da un ebraismo schiacciante che gli è stato imposto da una famiglia ultra osservante e da un Dio che condiziona tutta la sua vita e che ovviamente ce l'ha proprio con lui, quindi l'argomento senza dubbio mi appartiene e mi diverte anche, ma fino ad un certo punto. Viene spesso paragonato a Roth, che l'autore ha probabilmente voluto omaggiare con un titolo simile al suo "Il lamento di Portnoy" e a Woody Allen, ma mi sento di rispondere che l'unica cosa che hanno in comune sia l'essere ebrei.

Lui e la sua famiglia vivono a due passi da New York, in una comunità ebraica ortodossa. E' un ragazzo molto sveglio e ben presto si troverà a mettere in discussione le pratiche e le tradizioni piuttosto intransigenti della sua religione. Comincerà quindi una battaglia personale contro questo Dio che diventerà per lui presenza ingombrante e asfissiante.

 

 

 

"È lunedì mattina, sei settimane dopo che io e mia moglie abbiamo saputo che lei è incinta del nostro primo figlio, e io sono fermo a un semaforo. Il piccolo non ha alcuna probabilità di farcela. È un trucco. Io questo Dio lo conosco, lo so come funziona. Mia moglie abortirà, oppure il bambino morirà durante il parto, oppure mia moglie morirà durante il parto, oppure moriranno tutti e due durante il parto, oppure nessuno dei due morirà e io penserò di averla scampata, e poi mentre li riporterò a casa in macchina dall’ ospedale avremo uno scontro frontale con un automobilista ubriaco, e moriranno tutti e due, mia moglie e mio figlio, al pronto soccorso proprio di fronte alla stanza dove ci trovavamo solo pochi minuti prima, felici, vivi e pieni di speranze.
Sarebbe proprio da Lui."

 

 

Amo molto gli scrittori ebrei (alcuni moltissimo, vedi Foer) che scrivono storie di ebrei con tutto il loro intraducibile vocabolario pieno di parole ebraiche e anche questo inizialmente mi ha molto divertita. La pungente ironia e il sarcasmo a tratti sono veramente esilaranti, ma il tutto finisce molto presto. Le battute si ripetono diventando sfiancanti e inutilmente nevrotiche.

Cosa più grave, tutte le riflessioni fatte a proposito dell'intransigenza degli estremismi religiosi e le loro contraddizioni, hanno l'unico scopo, in questo caso, di far ridere. Auslander accusa Dio di non avere senso dell'umorismo ma in fondo non lo mette mai davvero in discussione e nonostante tutto non può fare a meno di rimanere un credente.

E qui sta una delle differenze con Woody Allen. Ad Auslander manca il taglio netto, l'affrancamento totale.

E poi Woody non si tocca, grazie!

 

3/5

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