Giudizi Universali

July 21, 2017

A Bologna, a Luglio, nel mezzo dei giardini Filippo Re, c’è un festival.

Qualche chiosco di panini e birre, due fili di luci sul prato e un palchetto che ha come sfondo la suggestiva Palazzina della Viola.

Questo festival si chiama Botanique (in onore a Filippo re, famoso botanico) e presenta, ormai da 8 anni, un bel programmino di concerti e non.

Questa bella cornice, rilassante e rilassata, è una delle mie preferite e da qualche anno trovo sempre qualcosa che fa per me.

L'anno scorso mi ha proposto Suzanne Vega e l'anno prima Asaf Avidan. Siamo sempre pochi ma sempre belli.

 

Mercoledì sera, sotto quel filo di lucine ho assistito con due amici al concerto di Kamasi Washington. Avevo avuto l’occasione anche l’inverno scorso di vederlo, sempre a Bologna ma, forse per troppi impegni o anche per paura potesse non piacermi, avevo detto NO.

Son sincera, non sono una cultrice del genere, che leggo essere Jazz-bebop (al jazz ci arrivavo anche da sola) ma sono geneticamente curiosa e ho assistito, senza la presunzione di “capire” o analizzare la qualità di ciò che stavo ascoltando, a un concerto divertente e originale.

Mi dicono che Kamasi ha collaborato con grandissimi, uno su tutti Kendrick Lamar, e che ora è la punta di diamante del suo genere.  Ci credo senza bisogno di googlare.

Il bello  dell’assistere a concerti da ignorante è quel senso di libertà, l’assenza di giudizio critico; non hai termini di confronto, non devi farti trovare preparato… “era meglio il primo album, questo pezzo l’hanno fatto più ritmato rispetto al disco” o altro, niente di tutto questo. 

Talmente libera che a un certo punto mi è venuta voglia di sedermi, ho convinto velocemente i due amici (molto più fan di me) e, rubate tre sedie ci siamo ritrovati come tre vecchietti, seduti comodamente con le nostre birre in mano ad ascoltare questo energumeno di colore suonare il suo sax. A sorridere guardando il signore di mezza età che ha seguito tutto il concerto con gli occhi chiusi e le mani alzate e ad invidiarlo un po'; a passare in rassegna quel pubblico variopinto e di tutte le età e a sperare che la serata non finisse più.

Stavo proprio bene.

Non so se comprerò mai un disco di Kamasi (sbagliando, lo so) ma non importa, perché la musica serve anche e semplicemente a rendere una serata bellissima (complici Bologna, una birra e una buona compagnia, ovvio).

 

 

 

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