non si giudica un libro dalla copertina

May 16, 2017

 

Più leggo la Ravera, più me ne innamoro.

Dopo "Piangi pure" (meraviglioso) e "Gli scaduti", torna in libreria con un affascinante romanzo sul "Terzo Tempo", che non è l'incontro dopo-gara che avviene tra i giocatori di rugby ma gli anni della vecchiaia. 

Una riflessione come sempre lucida e intelligente sul tempo che passa e sulle ragioni che ci devono indurre a pensare che la qualità della vita debba essere rispettata anche e soprattutto negli anni della maturità.

 

"Ho bisogno di pensare che non si perde la grazia. Nemmeno quando si arriva in fondo"

 

Come mi affascina la sua scrittura...matura, elegante e accurata.

Mi incanta la scelta delle parole, che non sono mai banali, mai retoriche e per le quali serve una lettura paziente e attenta.

Quello che ti rimane è sempre un bagaglio importante di concetti e tanti spunti di riflessione.

 

"Come per la maggior parte delle tragedie acclarate, (la vecchiaia..) genera, innanzi tutto, i negazionisti, quelli che la vecchiaia non esiste, e se esiste capita soltanto agli sfigati. Ci sono poi i nostalgici del passato, nelle due varianti: lirici e acidi, i primi sono inoffensivi, i secondi rosi dall'invidia (da evitare). Più articolati, i martiri della dissociazione positiva: quelli che si dichiarano vecchi fuori e giovani dentro, come se, arrivati ad un certo punto, non si avesse più diritto ad essere interi. Ultima categoria, i partigiani del rimpianto (quello che avrei potuto fare e non ho fatto), in genere si tratta di vecchi ferocemente incazzati con se stessi e perciò costretti, prima o poi, a ricorrere ai farmaci.
Antidepressivi, ansiolitici, sonniferi."

 

In questo romanzo la protagonista principale è Costanza, 64enne alle prese con i turbamenti della vecchiaia incalzante.

A scopo terapeutico e ormai in pensione,  tiene una rubrica settimanale sulla terza età: "Happy Aging", nella quale "insegna malinconia positiva, se proprio devo dare un titolo... È la regola essere malati, dipendere dagli altri, dai sani, dai giovani, non poter fare a meno di chiedere, non poter dare in cambio altro che una gratitudine disperata, senza valore. Soltanto i vecchi speciali ce la fanno e i vecchi speciali sono quelli che stanno bene".

Decide di separarsi dal compagno di una vita, Dom, padre di suo figlio Matteo, per non cadere in una decadente e umiliante routine e riceverà in eredità dal padre un ex convento a Civita di Bagnoregio, piccolo borgo in provincia di Viterbo, posto meraviglioso ma pressocchè disabitato e dimenticato, denominato "la città che muore", e un bel gruzzolo che pare abbia ottenuto speculando in borsa.

Le verrà quindi la sconsiderata idea di ristrutturare e utilizzare la sua nuova proprietà per ricreare la "Comune" in cui da giovanissima ha vissuto per qualche tempo, insieme alle persone con cui ha condiviso impegno politico e primi turbamenti emotivi e sessuali. Tutto questo per vivere insieme gli ultimi anni di vita.

Si metterà alla ricerca dei suoi compagni, non senza ripercorrere e rispolverare vecchie sensazioni e nostalgie e non senza sentire, ad un certo punto, il peso della responsabilità di una tale bizzarra idea.

 

La Ravera scrive spesso di donne (se non lo avete fatto leggete "Sorelle" e come detto, "Piangi pure") in maniera non stereotipata. Donne con i loro difetti, le loro passioni, i loro errori. Così reali, così poco artefatte. Vorresti farla leggere a tutte le donne che conosci, per far loro un regalo, per condividere tanta bellezza.

 

E' sempre un grande piacere leggere questa talentuosa autrice italiana e mi sono accorta, girovagando sul web, che ha da poco aperto un blog, Il terzo tempo, appunto, il cui sottotitolo è "Come invecchiare senza essere vecchi. Prontuario per abitare il tempo, senza permettergli di fare di noi quello che vuole".

Da seguire. Ovvio.

 

 

 

 

 

 

 

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