• S.

non si giudica un libro dalla copertina


Chi ha letto, come me, "Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank" avrà avuto senz'altro una folgorazione. Una raccolta di racconti assolutamente da non perdere.

La scoperta di uno scrittore che all'epoca considerai affascinante, per tematiche trattate con capacità e un innegabile talento. Per non parlare della sua vicinanza artistica con calibri tipo Philip Roth o Woody Allen (con il dovuto rispetto).

Potrete quindi facilmente capire che la mia attesa per questo romanzo fosse trepidante.

Come hai potuto farmi questo, Nathan? come hai potuto deludermi così tanto?

Questo "Kaddish.com" è stato così deludente che il fatto che sia finito al 93% (l'ho letto su ebook e il rimanente 7% è stato riempito con un glossario di termini ebraici) l'ho accolto come una benedizione. Mi sono stati risparmiati sette punti percentuali di noia!

E pensare che l'inizio era stato così promettente...

Larry, dopo aver ricevuto una rigida educazione ortodossa, vive una vita da ateo (liberata, aggiungerei io) non conforme alle regole imposte dalla famiglia. Succede che il padre muore e secondo la religione ebraica spetta al primogenito maschio onorare la sua morte pregando per un anno intero, tutti i giorni, secondo un rituale ben preciso (il Kaddish del lutto, appunto). Larry non ne vuole sapere e trova un escamotage su internet. Sul sito Kaddish.com infatti, trova, a pagamento, qualcuno che lo possa fare per lui.

Fino a qui, tutto bene, o quasi. Un inizio promettente dove non mancano la solita ironia e un potenziale avvincente sviluppo della trama. E invece...

Vent'anni dopo ritroviamo come per magia il buon Larry che nel frattempo è diventato il rabbino Shuli, con moglie e figli. Ha quindi messo la testa a posto ma nulla sappiamo di questo repentino e radicale cambiamento. Sappiamo solo che si rende conto dell'errore commesso e vuole rimediare al suo gesto, al disonore che lo attanaglia e non lo lascia vivere.

Ora, al di là del merito, che eviterò di trattare, l'impianto narrativo è così noioso e banale che, non fosse stato per la brevità (poco più di 200 pagine) lo avrei abbandonato.

Oltre alla noia ho provato anche rabbia perché il tutto è infarcito con terminologia ebraica inutilmente riempitiva, tanto che, come detto, le ultime pagine sono dedicate ad un vocabolario di cui non se ne sentiva necessità. Perché, diciamocelo, chi ha voglia di mettersi a cercare ogni termine che per nulla arricchisce l'impianto narrativo?!

Nessuna empatia con i personaggi, nessun interesse per una trama banale e asfittica come se non bastasse, un finale desolante che lascia basiti.

Forse la cosa più interessante potrebbe essere il glossario dall'ebraico all'italiano, per chi fosse interessato allo studio della lingua ebraica. Ma non è il mio caso.

Non trovo nulla di accettabile, se non la copertina e la brevità.

Che occasione sprecata!


2/5